Battaglia del Giovo Ligure
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“Echi da un campo di battaglia di 205 anni fa e qualche proposta di turismo del territorio”

Dare valore al nostro entroterra è la nuova parola d’ordine, sebbene questa operazione sia difficile da portare a termine per carenza di risorse pubbliche e soprattutto di idee. Si salva qualche iniziativa “di nicchia” molto bene organizzata e pubblicizzata con ricadute turistiche tuttavia solo temporanee. Spesso assistiamo a manifestazioni a dir poco “pittoresche”  oppure basate sul sempre efficace richiamo gastronomico esercitato, sul grosso pubblico, dalla “riscoperta” dei prodotti tipici. Personalmente non sono contrario ad iniziative di questo tipo, ma ritengo che debbano essere integrate in un “sistema” di offerta turistica di maggiore qualità, che “abbracci” territorio, cultura e storia locale. La presente testimonianza vuole essere, in qualche misura, un approccio per andare verso questa direzione, perché intende far rivivere, per quanto possibile, la memoria dello scontro militare svoltosi oltre 205 anni fa presso Giovo Ligure. Ringrazio ufficialmente gli amici Mirko e Riccardo per l’essenziale collaborazione prestatami, le buone idee suggerite e soprattutto l’impegno profuso, senza il quale non avrei mai potuto scrivere queste righe. Il 15 aprile 1800, il colle del Giovo fu teatro di una battaglia tra le truppe francesi repubblicane, comandate dal generale Soult , divisionario di Massena, e l’esercito austriaco agli ordini del generale Melas. Ad un osservatore di allora quanto potevano apparire diversi questi luoghi da come li vediamo oggi? L’imponente complesso difensivo, voluto dalla politica antifrancese del governo Depretis,  sarà realizzato, con i suoi sei fortilizi, le batterie d’appoggio e la viabilità ausiliaria, solo dopo il 1884. Le principali vie di comunicazione seguivano percorsi completamente diversi da quello dell’attuale “ex statale 334” (ultimata, peraltro, solo dopo il 1850). Tra gli “assi viari” più importanti, uno collegava Albissola con Acqui Terme (via Sassello e Ponzone) tenendosi “a mezza costa” sul versante del Beigua (onde evitare gli innumerevoli guadi del fondovalle). Questo percorso superava il  Sansobbia ai piedi del Bric Galera, presso l’antica “pedanca” detta  “Ponte di Saccone”, quindi risaliva la “Tagliata della Chiesa” traversava i pantani delle “Moglie di Sassello”, si univa con la medioevale mulattiera delle “Chiappe” proveniente dal fondovalle (allora frequentata dai convogli di muli diretti alle ferriere) e con la carrabile proveniente delle “Moglie del Ponte” ovvero da  Pontinvrea e Savona.

Il percorso guadagnava, quindi, il modesto Colle del Zovetto, ridiscendeva verso il così detto “Ponte dei Gioghi sopra la Ciova” (ben descritto dal compianto dott. Pietro Rossi) e da lì, seguendo, grossomodo, l’attuale tracciato della Provinciale (salvo la variante del Colletto), raggiungeva il borgo di Sassello, entrandovi attraverso  il Ponte di S. Sebastiano. Topograficamente il Giovo era caratterizzato da due località principali: le “Moglie del Ponte” (lungo l’attuale provinciale per Pontinvrea) e le “Moglie di Sassello” (ove si svolse la battaglia), corrispondenti all’attuale toponimo. L’unico edificio sicuramente esistente presso il Colle era il seicentesco Casone della masseria Invrea oggi conosciuto come palazzo Gavotti. Si trova ancora oggi al bivio tra le due provinciali, proprio di fronte al Forte Tagliata e la sua mole si fa ben notare nonostante le transenne che lo imprigionano da ogni lato (“messa in sicurezza” si usa dire oggi). Il Casone ha almeno trecento anni: è stato testimone di molta storia: sia delle lotte tra Repubblica Ligure e Stato Sabaudo (si trovava proprio sul confine tra i due territori), sia  dei passaggi di truppe della Guerra di Sucessione Austriaca, sia dei saccheggi francesi del 1796 dopo la vittoria di Montenotte e del 1799 dopo la sconfitta di Novi,  sia, infine, delle tristi vicende dell’ultima guerra. L’intonaco è ormai un ricordo ma gli spessi muri in pietra, rinforzati da potenti contrafforti, non sembrano avere nessuna intenzione di soccombere al tempo nonostante da circa trent’anni sia in completo abbandono. Secondo la testimonianza di Giò Michele Perrando, citata dal Garino, questo edificio fu, all’epoca della battaglia del Giovo, la sede del comando austriaco. Un accampamento di centinaia di tende bianche, allineate come da regolamento, si stendeva nei prati delle Moglie del Ponte, sotto la protezione della grande ridotta del Lodrino. Il capo dell’Armata in persona, il Melas ed il suo Stato Maggiore (di cui faceva parte il trentaquattrenne colonnello Radetzky) soggiornarono nel Casone tra il 12 ed il 15 aprile. L’auspicato restauro dell’edificio, finalizzabile all’insediamento di attività turistiche e sociali, non è, purtroppo, neppure un’ipotesi. Per “sinteticità” tralascerò di descrivere tutti gli avvenimenti precedenti e successivi a questo episodio (ovvero Campagna del 1799, assedio di Genova, battaglia di Marengo) concentrandomi sui fatti che ci riguardano direttamente. Tra il 10 ed il 15 aprile 1800, seimila francesi e diecimila austriaci si scontrarono ripetutamente nelle località di Veirera, Sassello, Monte Ermetta, Giovo e Stella. Questi fatti sono stati descritti dai protagonisti: Soult nelle sue memorie ; Thiebault e Gachot nelle cronache dell’assedio di Genova. Tuttavia solo il Garino, nella sua Storia di Sassello, rende onore alla verità compendiando le cronache ufficiali con le memorie locali (straordinario il citato manoscritto di Giò Michele Perrando, testimone oculare) evidenziando le difficoltà affrontate dai combattenti (lo stesso Soult, nelle Memorie, narra di atti di cannibalismo nei confronti di caduti nemici, compiuti dai suoi, rimasti per cinque giorni senza cibo sulle pendici dell’Ermetta) e descrivendo la “tribolazione” della popolazione civile vessata da entrambe le parti. Cosa accadde esattamente? Una colonna francese forte di 6.000 uomini giunse dalla Val Stura  il 10 aprile con l’intento di ripristinare i collegamenti con il Ponente. I repubblicani assalirono la  Veirera ove gli imperiali avevano costituito un forte caposaldo e, occupando Sassello, tagliarono loro i rifornimenti. Le truppe austriache contrattaccarono subendo gravissime perdite. Lo scontro si trasferì, poi, sul Monte Ermetta dove i francesi resistettero tenacemente per due giorni agli assalti portati da nemici più numerosi di loro. Il giorno 15, occupato Sassello per la seconda volta, i repubblicani mossero contro il colle del Giovo, principale caposaldo austriaco, senza tuttavia riuscire né a conquistarlo né ad aggirarlo.

Esaurite allora le scarse munizioni, carenti di viveri e, soprattutto, spenta la grande energia combattiva che li muoveva, gli uomini di Soult dovettero ripiegare su Genova. Abbiamo avviato il “progetto Giovo” con lo scopo di  rievocare quest’ultima battaglia del 15 aprile e dimostrare se gli eventi si siano verificati effettivamente così come riportato nelle cronache francesi. Avevamo scelto il Giovo, tra i molti teatri napoleonici in provincia di Savona, essenzialmente per due motivi: la scarsa urbanizzazione e ridotta presenza di terreni coltivati e, non ultimo, l’ottima accessibilità. Il primo traguardo sarebbe stato la “mappatura” dettagliata del sito attraverso il rinvenimento, riconoscimento e rilevazione su carta delle palle di piombo sparate dai moschetti dei due eserciti avversari, avvalendoci, in questa impresa, dell’impiego di “metal-detector” e “navigatore” GPS. Semplici elementi, ovvero dimensioni e peso dei proiettili, forma caratteristica assunta dopo l’impatto nonché aspetto macroscopico,  associati all’analisi della tattica delle armi da fuoco dell’epoca, ci avrebbero permesso di stabilire con buona precisione quale esercito li avesse sparati e da quale distanza fossero estati esplosi i colpi. Ebbene, nonostante il tempo trascorso ed i molteplici “colleghi” venuti prima di noi, il terreno (come dicono i veri storici militari) “parla” ancora. Infatti dopo una quarantina di “sopralluoghi” sul campo compiuti nell’arco di dodici mesi, possiamo affermare che i risultati sono sorprendenti! Abbiamo osservato oltre 1100 reperti (corrispondenti a circa 20 chilogrammi di piombo) rinvenuti su di un area di 2500 metri di lunghezza per 1000 metri di larghezza. Il secondo traguardo, una volta individuate le direttrici dell’attacco, avrebbe dovuto essere la ricostruzione degli spostamenti delle varie formazioni combattenti, seguendone, di salva in salva, la traccia delle palle sparate. Queste le conclusioni raggiunte (che si potranno meglio apprezzare con l’aiuto di una cartina in scala 1:5000). I francesi mossero all’attacco su due colonne e da due direzioni diverse. Non sappiamo se accadde a mezzogiorno e con gli uomini ebbri per il vino rubato ai sassellesi, come ricorda Giò Michele Perrando, ma sicuramente la colonna repubblicana proveniente da Sassello conquistò senza difficoltà il Zovetto. Infatti le palle rinvenute sul versante nord di quel colle sono tutte francesi, segno di totale assenza di resistenza da parte nemica. Sul versante sud, al contrario, il tentativo austriaco di riprendersi la posizione è evidente per la presenza di centinaia di proiettili esplosi dai due schieramenti. Risulta, tuttavia, che la colonna francese continuò ad avanzare sino a  minacciare seriamente il fianco sinistro austriaco.

Questi, con sei o sette battaglioni (circa 5000 uomini) erano disposti lungo un “cordone” corrispondente all’attuale “strada provinciale 334”. Si appoggiavano a sud al Bricco del Cannone (il toponimo è evidentemente derivato da quell’evento), a nord al Zovetto interessando oltre al sito dell’attuale Forte Moglie, anche altre località, macro – topografia oggi dimenticata: il Rivone , il Bosco delle Anime (toponimo forse derivato dalla presenza di sepolture comuni), il Forno, Moglialunga e Carlvè. Si trattava di truppe “tedesche” (della bassa ed alta Austria) , ungheresi, croate, boeme. I nomi dei loro reggimenti (Keul, Klebeck, Colloredo, Lattermann, Sztaray, Gyulai, Reisky ecc.) riempivano il libro d’oro delle famiglie nobili del Sacro Romano Impero. La seconda colonna repubblicana scese dall’Ermetta lungo l’attuale percorso dell’Alta Via, senza incontrare alcuna resistenza. Sul versante ovest del Bricco Mondo abbiamo rinvenuto scarse palle “miste”, segno della debole reazione di qualche avamposto austriaco sorpreso dai francesi. Tuttavia l’orgoglio, più volte umiliato, degli imperiali prevalse sul desiderio di sottrarsi al combattimento. In corrispondenza dell’attuale sede della provinciale 334, a pochi metri dall’asfalto, tra il Rivone ed i prati zuppi d’acqua delle Moglie di Sassello sono state rinvenute numerose ed importanti testimonianze di un acceso combattimento. Si tratta di centinaia di proiettili esplosi a distanza ravvicinata, fibbie di buffetterie, parti metalliche di corredi personali, finimenti di fucili di entrambe le nazionalità (segnali inequivocabili della presenza di soldati caduti oppure dati alla fuga) e addirittura i resti di “bacchette” sparate per errore (evento non raro, dovuto alle fasi concitate della ricarica effettuata sotto il tiro nemico). Le testimonianze indicano che l’assalto francese (respinto per ben due volte, come narra il Gachot) riuscì a rompere le linee nemiche e che le truppe imperiali furono costrette ad indietreggiare velocemente, probabilmente allo scopo di guadagnare la ridotta del Lodrino  (di cui, oggi, non resta alcuna testimonianza). Rintracciamo proiettili francesi, esplosi da distanza ravvicinata, sino in cima a quella che viene detta la Costa del Forno. In questo luogo gli imperiali organizzarono un ultima linea difensiva sparando le ultime disperate fucilate quasi a “bruciapelo” (le palle rinvenute sono completamente schiaccate). Le due colonne repubblicane (forti di circa quattromila uomini ) riuscirono, probabilmente, a riunirsi secondo i piani, per sferrare l’attacco decisivo, ma non poterono sfruttare la superiorità tattica sin a quel momento dimostrata. Il motivo lo dice il Gachot nel suo libro di memorie militari: il generale Melas  richiamò velocemente sul Giovo tutte le truppe di rinforzo disponibili. Cinquemila uomini giunsero in tempo quanto basta per spegnere le speranze dei francesi. Sappiamo dallo stesso autore che Soult, calata l’oscurità, ritirò le sue truppe a Sassello lasciando sul campo 80 morti ed almeno duecento feriti. Non è stato pubblicato il numero delle perdite austriache (sicuramente ne viene conservata una dettagliata descrizione in qualche archivio viennese) ma ritengo, fatti i dovuti raffronti, che dovettero essere assai più numerose. Concludo con una vicenda personale: l’ultimo ricordo rimasto di quella battaglia, mi è stato raccontato molti anni fa, da una vecchia contadina (Badano Disma classe 1887) ed io ho preso l’impegno morale di tramandarlo. Era, per l’appunto, l’indimenticabile estate del 1969 (quella dell’uomo sulla Luna); avevo dieci anni quando capitai dalla Disma nella sua casa nei boschi. La vecchia era l’ultima coerente rappresentante di un’epoca contadina destinata a scomparire. Niente elettricità in casa di Disma, niente uomo sulla luna, niente medicine; solo lume a petrolio, stufa a chitarra, mazzi profumati di erbe selvatiche seccate al sole. Mi disse: “…ti racconto una storia che mi raccontava mio padre a cui l’aveva raccontata suo nonno … guarda la stalla…oggi è vuota ma anni fa era il nostro tesoro…poi vennero i soldati… “i todeschi”… tirandosi dietro un cannone che appostarono dentro e si portarono via tutte le bestie e la paglia quei maledetti ! …diroccarono anche il muro maestro, se guardi bene vedi ancora che è guasto …” Intuii solo molti anni dopo, che quel racconto da veglia, tramandato da quattro generazioni sino all’ultimo sopravvissuto, era testimonianza di verità. Ho fatto in modo che non andasse dimenticato.
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