Battaglia di Dego
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La seconda battaglia di Dego

(14 e 15 aprile 1796)

di Luca Pistone – luca.pistonew@alice.it

Dego oggi.

Dego, oggi, nonostante la presenza di un notevole insediamento industriale per la produzione vetraria, è una Comunità legata a tradizioni agricole e condivide questa sua essenza con altri centri della Valbormida savonese (Cairo, Carcare, Cengio, tutti coinvolti dagli avvenimenti della prima campagna Napoleonica d’Italia) convertiti, nel novecento, alla produzione industriale che, in alcuni casi, ha stravolto una natura ancora profondamente contadina.

Visto dal fondovalle, lungo il corso del fiume Bormida, il centro non offre spunti paesaggistici particolari. Tuttavia, è sufficiente risalire i due chilometri che lo separano dalla sommità di Monte Gerolo (Bric della Ridotta) a ridosso del borgo di Magliani, possibilmente a piedi e percorrendo l’antica strada per il Castello (recentemente e sapientemente restaurata dal Comune), per rimanere sbalorditi.

La visuale a 360 gradi che si presenta al turista storico è straordinaria: la piana di Rocchetta a sud, l’alta Langa a ovest e nord, le colline del Valla a est e la perfetta visione delle tante frazioni che punteggiano il paesaggio.

Questa è esattamente la veduta che avevano le truppe austro-piemontesi durante la seconda battaglia di Dego  (14 e 15 aprile 1796), il cui teatro di operazioni è ben leggibile, assai suggestivo e ancora in larga parte integro, nonostante gli oltre 212 anni trascorsi, e meriterebbe un’opportuna valorizzazione anche dal punto di vista turistico.

Proveremo a narrare questa vicenda di guerra (così come abbiamo fatto per quella di Montenotte) nella difficoltà di rendere comprensibili ai lettori i luoghi (spesso macro/micro topografia oggi dimenticata – per riscontrarla chi scrive ha necessariamente intervistato i residenti) i tempi  e i modi degli eventi, riportati da una storiografia spesso basata su fonti falsate (es. i resoconti francesi dell’epoca) o quantomeno contraddittorie.

A ulteriore complicanza tra l’aprile e il maggio 1796 avvenne nell’esercito francese quello che sarebbe stato chiamato il “secondo amalgama” con la fusione di vecchie unità in nuovi reparti e conseguenza la variazione del numero d’ordine delle mezze-brigate che, tuttavia, nei resoconti ufficiali vengono denominate, per alimentare la confusione, sia con le vecchie sia con le nuove modalità. Preciso che in questa mia relazione tutte le unità francesi sono indicate con il vecchio numero d’ordine.

Le unità austriache sono precedute da IR (Infanterie Regiment) seguito dal numero d’ordine (es. n. 19) e dal nome del Nobile proprietario (es. Barone Alvinczy) nonché quando noto, dal numero del battaglione (I “del Proprietario”, II “del colonnello”, III “del tenente-colonnello”). Infine segue sempre la nazionalità (es. Ungheresi, Croate, Milanesi, Boeme, Tedesche): nel caso siano denominate Tedesche si intenda truppe reclutate nel ducato d’Austria, Stiria, Carinzia ovvero di lingua tedesca.

FK significa “frei korps” (Giulay) ovvero corpo franco (una sorta di Mille di Garibaldi ante litteram) al soldo della nobiltà imperiale.

Dego ieri.

Nell’aprile del 1796 Dego era una comunità contadina appartenente ai Savoia da circa 70 anni; in precedenza era parte del Ducato di Monferrato, passato al Piemonte a seguito della guerra di Successione Spagnola. Contava 1800 abitanti e 300 case sparse in 18 frazioni. Le principali di queste erano Il Castello (nucleo forse romano sorto attorno alla Parrocchiale di S. Maria Assunta a dominare dall’alto il corso del fiume), Vermenano, Bormida e Supervia (oggi fuse a costituire l’abitato principale), il Piano, la Costa e i Magliani (direttamente interessati dagli scontri) e, più lontani, Frassoneta, Costalupara, Girini, Porri, Brovida, Noceto, S. Giulia.

Era, nell’antichità, stazione della via Emilia Scauri (che collegava Vada Sabazia – Vado Ligure – con Acquae Statiellae – Acqui Terme) tracciata dai romani lungo il corso della Bormida di Spigno. Decaduta, a causa della difficile praticabilità del fondovalle, l’importanza di questa strada, in età moderna Dego rimase comunque un nodo viario di primo piano in quanto dominava il ponte sulla Bormida all’incrocio tra vie molto battute.

Una (asse Sud Nord) era la via di Langa che da Savona, per la cresta delle colline, attraversava il Montenotte e giungeva a Pareto per poi proseguire via Turpino, Montechiaro, Castelletto d’Erro, Terzo sino ad Acqui e Alessandria. 

Un’altra (asse Ovest Est) era la via che collegava Dego al basso Piemonte ovvero al Passo della Pedaggera, attraverso Monesiglio, Gottasecca, Carretto e giungendo a Supervia attraversava il ponte sul Bormida, saliva al Castello e proseguendo sino al Monte Gerolo, si collegava alla via di Langa (già descritta) presso la località di Sodan (Bricco Sodano uno dei punti chiave dei combattimenti) per guadagnare poi, attraverso i Girini, Giusvalla e Pontinvrea il Passo del Giovo e da lì il Genovesato.


In altre parole, riferendoci al confine meridionale del Regno di Sardegna possiamo affermare che, se Ceva era il portone d’ingresso per dirigere su Torino, Dego era la porta di servizio verso Alessandria (e Milano).

Già nel seicento (guerra dei 30 anni) il territorio di Dego è stato costantemente attraversato da truppe spagnole che, sbarcate a Finale Ligure (piccola enclave del Re di Spagna nel territorio di Genova), si recavano a combattere nelle Fiandre marciando attraverso il ducato di Milano, la Svizzera e la Germania. Fu inoltre interessato dalla presenza di truppe ancora negli anni della Guerra di Successione Austriaca (anni 1745-1748).

Il caposaldo di Dego.

Fin dall’inizio delle ostilità con i francesi, nel 1792, lo stato maggiore sabaudo aveva studiato la possibilità di farne un caposaldo. L’unica opera allora intrapresa fu, tuttavia, una strada carrozzabile che favorisse il transito pesante (cannoni) tra la via di Langa e il fondovalle poiché la ripida rampa del castello permetteva, al più,  il passaggio dei muli.

Ancora nel 1794 (quando fu combattuta la prima battaglia) probabilmente nessuna opera fortificata era stata compiuta. Fu durante il 1795 che l’ingegnere militare Ceresa diresse la realizzazione delle ridotte di Dego.

Per la verità la posizione rispecchiava perfettamente i canoni previsti nei trattati di ingegneria militare: una formazione collinare a lettera V la cui punta (posta verso sud) corrispondeva al Monte Gerolo (nei pressi dei Magliani) ove fu realizzata (in pietra e terra) la ridotta principale (un manufatto ancor oggi ben visibile che chiameremo d’ora in avanti Ridotta Magliani) a guardia della strada dei cannoni (proveniente dalla borgata Piano), della strada del castello, (proveniente dal fondovalle lungo la rampa già descritta), e della strada dei Pilotti (dal fondo del rio Grillero a salire alla borgata Costa).

I due lati della lettera V si estendono verso nord-est e nord-ovest per circa due chilometri ciascuno. Le colline, a sud, dopo aver formato un poco di altopiano (presso la località la Costa) scendono ripide su due corsi d’acqua – il rio Grillero a est e il fiume Bormida a ovest – l’un affluente dell’altro a formare un’ulteriore protezione naturale della posizione.

Inoltre, alle spalle della ridotta principale, presso il borgo di Magliani, vi era (ancora visibile oggi) una carrareccia che, scendendo leggermente di quota, attraversava la valletta delle Cassinelle e si ricollegava alla via di Langa (già descritta). Rappresentava un efficace Via di Fuga verso nord in caso di ritirata.

A difesa dei due lati furono realizzate altre due ridotte in terra e sassi: una sul Bric Casan (500 metri a nord-ovest di Magliani) dominante la borgata del Piano; l’altra sul Bric del Groppo (700 metri a nord-est) a guardia della strada verso la Langa.

Inoltre furono realizzate due ridotte più piccole (il Poggio e la Sella) a sud-est del Groppo, per sbarrare l’ultima via d’accesso: la carrareccia che dai Girini tenendosi vicina al fondovalle (case Bianchi) raggiungeva la borgata Costa.

Infine furono scavate trincee a difesa della sella tra Bric Casan e Bric Rosso (lato nord-ovest) ove un valico metteva in comunicazione, tramite una carrareccia, la borgata di Costa con la valletta delle Cassinelle giusto alle spalle del dispositivo difensivo (queste trincee furono riutilizzate, poi, come fossa comune per la sepoltura di parte dei caduti).

Il caposaldo di Dego aveva, tuttavia, due punti deboli che si riveleranno fatali: 1) per garantirne una difesa efficace, data l’estensione delle linee  (oltre 4 chilometri totali), era necessaria una guarnigione di almeno 10.000 uomini; 2) era troppo vulnerabile ai lati e facilmente aggirabile da est (dalla borgata Girini ovvero dalla via di Langa).

Aprile 1796.

All’alba del giorno 11 aprile 1796 Dego era comando tappa della brigata  del generale Matias Rukavina, facente parte della divisione austriaca d’Argenteau, su due battaglioni (IR n. 50 Conte Stain  e IR n. 49 Conte Pellegrini – entrambi Tedeschi -). Quest’ultimo reparto, posto all’avanguardia, aveva passato la notte presso il villaggio di Cairo, spingendo pattuglie verso Carcare e Ferrania. Alle ore 3 del mattino del giorno 11,  i battaglioni (con al seguito almeno 30 muli carichi di viveri e munizioni) diressero verso Montenotte per ricongiungersi con il resto della divisione già in movimento da Pareto e Sassello. Ad essi si aggiunsero 3 compagnie del Frei Korp di Giulay (circa 250 uomini) prestate dal generale Provera (cfr. di seguito).

A Dego, in retrovia, restò il parco d’artiglieria costituito da 18 cannoni leggeri (da tre libbre) in dotazione, in numero di due, a ciascuno dei battaglioni impegnati in campagna (ovvero a 9 battaglioni dei 10 impiegati dal d’Argenteau nei giorni 11 e 12), più una batteria divisionale dotata di 4 cannoni da 6 libbre e due obici da 7 libbre, per un totale di circa 200 artiglieri al comando di un tenente colonnello.

Notevole era, inoltre, il parco logistico mezzi, sia d’accompagno ai cannoni (24 traini con avantreno, 24 cassoni munizioni, un carro officina), sia d’accompagno ai reparti di fanteria (almeno 20 carrette di battaglione, due carrette ambulanza, tre carri dello stato maggiore ed altro ancora). Il tutto rendeva difficili i movimenti lungo le strade bianche di Dego.

Il generale Provera.

Le truppe alleate più prossime a Dego facevano parte della brigata austriaca del generale Provera: 12 compagnie del Corpo Franco di Giulay (Croato e Sloveno), due battaglioni del IR n. 44 Conte Belgiojoso – Lombardo - e le due compagnie granatiere del IR n. 27 Conte Strassoldo – Tedesco -.

Questa brigata era alle dirette dipendenze del comando piemontese (generale Colli Marchini), e si manteneva rigorosamente sulla riva sinistra della Bormida (che rappresentava il confine fisico con lo schieramento imperiale ) presidiando le alture tra Cosseria, Cairo e Santa Giulia (frazione di Dego).

Giovanni Provera da Pavia, Michelangelo Colli Marchini da Voghera ed Eugenio Alessio d’Argenteau Mercy da Huy (Liegi) erano giunti in Piemonte all’inizio del 1793 come generali brigadieri di un contingente di circa 9000 soldati austriaci che venne aggregato all’esercito piemontese a seguito della Convenzione di Milano siglata tra Austria e Sardegna nell’ autunno del 1792.

Furono scelti probabilmente perché di madre lingua italiana, tranne il d’Argenteau, che comunque parlava perfettamente francese, seconda lingua del regno di Sardegna (dopo il piemontese).

Il Colli Marchini fece carriera e fu nominato nel 1796  comandante supremo delle forze piemontesi.

Il d’Argenteau fu nuovamente cooptato tra le file dell’esercito imperiale come generale di divisione (sarà il responsabile della sconfitta di Montenotte). Il Provera (il più anziano del terzetto) subalterno al Colli, rimase coinvolto nella battaglia di Cosseria, ma non si guadagnò un ruolo da protagonista (al contrario di Filippo Del Carretto con i suoi granatieri).

Provera, dicevamo, a mezzogiorno del 12 aprile, stazionava sulle alture di Carcare (presso la collina dei Piantelli) in attesa dei rapporti delle pattuglie inviate in ricognizione verso sud. Già si era diffusa la notizia della ritirata di d’Argenteau a Montenotte, quando la preoccupazione del sessantenne generale stava aumentando vista la seria difficoltà di mantenersi in collegamento con la sua sinistra austriaca (Dego) e la sua destra piemontese (Millesimo e Montezemolo).

Su indicazione del comandante supremo, Colli Marchini, che riuscì ad inviargli un ultima staffetta portaordini,  si premurò di informare le truppe di Dego (che si apprestavano a far avanzare il treno d’artiglieria verso Carcare e Savona) dei fatti di Montenotte raccomandando di non sguarnire la posizione; distaccò, inoltre, due compagnie del FK Giulay (circa 150 uomini) affinché andassero a rinforzare quella posizione priva di fanteria (altre 3 compagnie, come si è detto, erano state prestate a Rukavina).

All’alba del giorno 13 i francesi operarono l’aggiramento delle posizioni di Provera con un movimento fulmineo: da Biestro scesero su Millesimo tagliando le comunicazioni con i Piemontesi e da Cairo risalirono le colline a sud e a nord di Cosseria sorprendendo presso Bric del Cavallo e Bric Pattaria le truppe del (IR n. 44) Conte Belgiojoso e di (IR n. 27) Conte Strassoldo che si ritirarono precipitosamente su Cengio Alto oltre il fiume  Bormida di Millesimo.

Provera, rimasto con 7 compagnie del FK Giulay (circa 700 uomini) ed un piccolo reparto di milizia piemontese (30 uomini del capitano Viglietti), circondato dal nemico, non ebbe altra scelta che rifugiarsi nel Castello di Cosseria ove lo raggiunse, sceso da Montezemolo e attraversata combattendo Millesimo occupata dai francesi, il tenente colonnello Filippo Del Carretto di Camerano al comando di un battaglione granatieri di formazione (569 granatieri su 6 compagnie – 2 del reggimento La Marina, 2 del reggimento Monferrato e 2 del reggimento Susa).

Il Reggimento La Marina.

In realtà Dego nella mattinata del 12 aprile era stato già raggiunto dai piemontesi del Reggimento La Marina, su due battaglioni di 4 compagnie ciascuno (complessivamente circa 700 uomini). Questo reparto, aggregato al corpo d’armata austriaco, faceva parte della divisione d’Argenteau ed era il primo di 4 unità (5000 uomini su 7 battaglioni), che, distanti tra loro mezza giornata di cammino, stavano lentamente procedendo da Acqui verso Pareto e Dego (si trattava delle truppe che d’Argenteau avrebbe volentieri atteso per rafforzarsi prima di intraprendere l’offensiva su Montenotte; come sappiamo, invece, fu forzato da Beaulieu - suo comandante supremo - ad attaccare con circa la metà degli effettivi della sua divisione).

Comandava il Reggimento La Marina il colonnello Giuseppe Amedeo Avogadro di Ronco (n. b. non di Valdengo) Cavaliere dell’ Ordine Mauriziano (titolo conferitogli il 18.12.1794). Questo ufficiale assunse il comando temporaneo della piazza poiché il generale Rukavina (ferito ad una spalla nel pomeriggio dell’11 a Montenotte e rientrato con una piccola scorta a Dego per essere curato dall’ambulanza di reggimento rimasta in quel luogo), a causa del peggioramento della sua ferita, il 13 mattina era ripartito in carrozza con destinazione Acqui.

L’Avogadro non curò di variare il piazzamento dei cannoni (è nota l’esatta posizione di 18 di essi), maldestramente dispersi su un fronte assai vasto, ma piuttosto comandò il taglio della vegetazione (comprese le vigne) per 200 passi attorno a tutte le postazioni e dispose l’invio in perlustrazione di alcuni picchetti.

Uno di questi (15 uomini ed un ufficiale) tra Dego e Rocchetta sorprese indifesa una batteria francese che si era spinta troppo oltre la linea del fronte e ne catturò  un cannone che riportò trionfalmente al campo.

Nel pomeriggio del 12 aprile rientrarono a Dego i due reparti della brigata Rukavina decimati nella battaglia persa a Montenotte: i già citati battaglioni Pellegrini (reduci 9 ufficiali e circa 400 uomini) e Stain ( reduci 13 ufficiali e circa 600 uomini).

La mattina del 13 aprile giunse a Dego il terzo battaglione del IR n. 26 Barone Schroder – Tedesco - su 4 compagnie (600 uomini circa). Il giorno successivo (14 aprile) in mattinata, giunse, infine, un battaglione del reggimento Monferrato (su 4 compagnie per 350 uomini circa) al comando del colonnello brigadiere Giuseppe Antonio Avogadro di Casanova: il secondo battaglione del reggimento si trovava ancora in marcia e sarebbe riuscito ad arrivare solo a qualche miglio da Dego come vedremo in seguito.

I difensori di Dego alle ore 12 del 14 aprile, assommavano a circa 3000 uomini.

Bonaparte in difficoltà.

Bonaparte, in tarda mattina del 13 aprile, ebbe un abboccamento (oggi diremmo.. “tenne un briefing”) con i generali  Massena e Laharpe nella piazza di Rocchetta, a mezza strada tra Cosseria e Dego. I soldati delle due divisioni Laharpe e Meynier, vittoriosi a Montenotte, avevano pernottato in campagna, attorno a Cairo, o direttamente sul campo di battaglia e, quel giorno, rimasero inattivi.

Gli uomini della divisione Augereau, viceversa, all’alba, si erano mossi su Millesimo e Cosseria: nel castello di quest’ultima, come si è detto, si asserragliarono 1300 austro-piemontesi che resistettero all’assedio francese per tutto il giorno.

Gli austriaci, che Bonaparte riteneva essere ancora ben organizzati e numerosi, potevano contrattaccarlo in qualsiasi momento, sia da Sassello su Montenotte, sia da Dego su Carcare e, pertanto, costituivano una concreta minaccia per il suo fianco destro.

Per contrastarli era necessario contrapporvi tutti gli uomini di Massena.

Altresì, se voleva portare l’attacco principale verso i piemontesi sarebbero servite quante più truppe possibile; inoltre l’assedio imprevisto, di fatto, stava rallentando tutta la sua manovra.

Bonaparte, infine, sperando nella fortuna, decise di attendere l’esito della battaglia di Cosseria rimandando l’assalto a Dego al giorno successivo (14 aprile).

Comandò a Massena, con la divisione Meynier, di tenere le posizioni intorno a Dego mentre Laharpe avrebbe dovuto schierare i suoi uomini a Cairo, in posizione utile per appoggiare, a richiesta, sia Augereau che Massena. 

Ricognizione su Dego.

Costretto al’attesa, Massena pensò bene di mandare gente a riconoscere le difese di Dego. A tale scopo un  contingente di truppe venne fatto avanzare lungo il Bormida onde richiamare l’attenzione del nemico. Due cannoni furono messi in postazione sul Bric S. Lucia e diverse salve furono esplose alla cieca. Questo (vecchio) espediente provocò la reazione degli Austro-Piemontesi che risposero al fuoco con tutta l’artiglieria, le cui postazioni vennero accuratamente rilevate dagli osservatori francesi.

Un secondo scaglione di truppe francesi, passando per sentieri secondari, raggiunse la borgata Girini, ad est di Dego, e, non visto, aggirò il fianco sinistro austriaco portandosi sino a Bric Sodan ( località dominante la “Via di Langa”) che risultò abbandonato nonostante fosse un punto chiave del dispositivo difensivo. 

D’Argenteau, ultimo atto.

Il 13 aprile d’Argenteau si trovava a Pareto ed in zona, stazionavano i 4 battaglioni ripiegati da Montenotte il giorno precedente.

Sofferente per la ferita, il generale Rukavina in transito da Dego, rapportò al superiore la situazione consigliando di inviare celermente truppe in appoggio al caposaldo: quindi si rimise in viaggio con destinazione Acqui.

D’Argenteau, sebbene molto provato per la sconfitta di Montenotte, pensò di muovere la divisione verso Dego, l’indomani 14 aprile. A questo scopo,  fino a tarda sera, si diede da fare nel tentativo di riunire e riorganizzare le truppe.

Rientrato a notte fonda presso il suo quartier generale, dettò una lettera per i battaglioni postati a Sassello. Nella lettera ordinava … di portarsi verso Pontinvrea e se il nemico avesse minacciato Dego di creare un diversivo assaltando quella località (Dego era distante da Sassello circa 16 chilometri di strada ovvero circa 5 ore di marcia) (testuale) “entro la mattina di “domani” … (intendendo il 14 aprile). Tuttavia, un particolare passò inosservato: essendo l’una dopo mezzanotte, lo scrivano, oltremodo zelante, datò il documento 14 aprile 1796.

Passata la nottata ed atteso inutilmente il contingente di Sassello, sappiamo (in base alla cronaca dello storiografo di quel reggimento) che d’Argenteau guidò personalmente a Dego il battaglione dell’ IR n. 19 Barone Alvinczy – Ungherese .

Gli altri 3 battaglioni reduci da Montenotte (uno dell’IR n. 16 Barone Terzi – Tedesco -, e due dell’IR n. 52 Arciduca Antonio – Ungherese - ) è assai probabile che fossero dichiarati sbandati.

Da Pareto a Dego per la via di Langa, sono circa 8 chilometri stradali ovvero 3 ore di marcia.

D’Argenteau giunse in vista di Bric Sodan alle tre del pomeriggio del 14 aprile in tempo per assistere alla precipitosa ritirata del secondo battaglione piemontese del Reggimento Monferrato (350 uomini) e di  due battaglioni dell’IR n. 4 Hoch und Deutschmeister – Tedesco ( 1500 uomini), inseguiti da poco più di mille francesi.

Primo assalto francese a Dego.

Cosseria si arrese la mattina del 14 aprile e ciò permise a Bonaparte di dedicare le sue attenzioni a Dego.

L’attacco si sviluppò dopo mezzogiorno secondo lo schema maturato da Massena il giorno precedente.

Una grossa unità (mezze brigate 21^ e 99^) si divise in due colonne di marcia:

la colonna di destra, al comando dell’aiutante generale La Salcette, ripercorse il cammino del giorno precedente, portandosi al villaggio di Girini e da lì a Bric Sodan per minacciare il fianco sinistro e le spalle del nemico.
?  Una parte di queste truppe, spintasi oltre Bric Sodan, sorprese in marcia di avvicinamento (come si è detto) un battaglione del Reggimento Monferrato e due austriaci del Reggimento Hoch und Deutschmeister, costringendoli alla fuga. Infine questo stesso reparto francese fece fronte al debole assalto mosso dal battaglione Alvinczy e lo costrinse a ripiegare velocemente.
la colonna di sinistra, al comando dello stesso Massena, guadò il Rio Grillero, risalì i pendii dell’altopiano, circondò, isolandoli, gli avamposti nemici di Costa e del Castello, ed attaccò frontalmente la Ridotta Magliani ed il fianco sinistro delle difese.
?  La seconda grossa unità al comando di  LaHarpe (mezze brigate 1^ leggera e 70^), guadò due volte il fiume Bormida, mosse su tre colonne contro il fianco destro austro-piemontese e rapidamente raggiunse la linea difensiva Bric Casan – Bric Rosso.  
Il colonnello Avogadro aveva stabilito tre avamposti: due compagnie del Reggimento Monferrato presso la borgata di Costa (a difesa della strada proveniente dai Pilotti); una compagnia di FK Giulay nel borgo del Castello (a difesa della rampa); l’altra compagnia all’estrema sinistra, nella valle dei Lovi (a protezione della strada che dai Bianchi si portava a Costa).

Le restanti truppe erano schierate sul perimetro del dispositivo principale: il Reggimento La Marina era tra Magliani e Bric Rosso; il battaglione Schroder era a Magliani; due compagnie del Reggimento Monferrato erano a Bric Rosso; i battaglioni Stain e Pellegrini al Groppo, Poggio e Sella.

Assaliti di fronte e minacciati alle spalle, gli austro-piemontesi si sbandarono in poco tempo. Alcuni corsero in avanti, verso la Bormida dove vennero decimati da reparti di cavalleria; i più si gettarono in disordine nella valle delle Cassinelle restando chiusi nella “sacca” preparata dai francesi.

Pochi furono i valorosi i quali, combattendo furiosamente, riuscirono a porsi in salvo verso nord.

Alle cinque della sera Massena (con una forza tripla rispetto a quella del nemico) fu padrone di Dego catturando oltre duemila prigionieri ed un considerevole parco d’artiglieria.

Il sacco di Dego.

Bonaparte comandò che le truppe di Laharpe si rischierassero a Cairo ove trascorsero la notte, mentre Massena con la divisione Meynier, (mezze brigate 21^ e 1^ leggera) avrebbe presidiato Dego e prevenuto eventuali contrattacchi imperiali.
Questi uomini avevano trascorso le ultime 96 ore combattendo e marciando quasi senza sosta e, la sera del 14 aprile, erano ormai esauste. Inoltre la zona delle operazioni si era spostata a circa 25 chilometri da Savona allungando e rallentando conseguentemente le linee di rifornimento viveri.
Per di più venne a mancare la vigilanza dei comandanti: Massena al calar della sera partì senza lasciare l’indirizzo dove poteva essere rintracciato (un pettegolezzo, tramandato da alcuni autori, lo descrisse ospitato per la notte dalla padrona di una ricca casa cairese), mentre il secondo in comando Meynier, afflitto da reumatismi, pensò bene di trovarsi un buon letto ove riposare.
Fu allora che in molti reparti centinaia di soldati abbandonarono la consegna e si diedero ad uno sfrenato saccheggio delle povere case di Dego. La cronaca di quel giorno (e dei successivi) ci ha lasciato la testimonianza di atrocità e ruberie perpetrate a danno degli abitanti inermi. Fu un vero atto di oltraggio verso la popolazione civile piemontese destinato a ripetersi nel tempo in altri luoghi ed a alimentare un odio profondo contro i così detti “liberatori”.
All’alba del 15 aprile, dopo una notte di pioggia, solo poche compagnie granatiere (truppe scelte) erano ancora pronte a combattere: la maggior parte dei francesi si era sparpagliata tra le varie borgate e giaceva nel sonno ebbra per il vino rubato la sera precedente. 
I cannoni, preda bellica che Massena aveva ordinato di condurre al fondovalle presso l’oratorio della Confraternita (vicino al ponte sul Bormida), erano stati attaccati agli avantreni e riuniti sulla strada alta ove giacevano ammassati in attesa di animali da traino.
?  Joseph Philipp Vukassovic.
Il colonnello barone Vukassovic a 41 anni comandava un reggimento di truppe di frontiera (Grenzer), esattamente il Karlstadter  IR n. 60 Liccaner - Croato. Era figlio di un ufficiale che si era guadagnato la patente di nobiltà dopo anni al servizio degli Asburgo sul confine con la Bosnia (allora sotto il dominio Turco).

Joseph Philipp naque nel 1755 a Licko Petrovo Selo (l’attuale Plitvice dai meravigliosi laghi) allora caposaldo del Limes contro l’Impero Ottomano. Frequentò, grazie al padre, l’accademia teresiama di Wiener-Neustad ed intraprese la carriera militare dando dimostrazione delle sue doti durante la guerra contro i Turchi del 1788-1789.

Fu incaricato insieme con il generale Giulay (che diede poi nome al reparto) di formare un corpo franco di volontari Sloveni e Croati (su due battaglioni per circa 3000 uomini) che combatté in Italia contro i francesi.

Nel 1794 col grado di colonnello del “suo” reggimento Grenzer  partecipò nel 1795 alla Battaglia di Loano ove ebbe modo di distinguersi. Aveva fama di essere un comandante determinato con grande carisma presso i suoi uomini così come i croati dei reggimenti confinari avevano fama di essere spietati ed infaticabili.

Il 11 aprile 1796 Vukassovic con un battaglione del IR n. 60 era inquadrato nella colonna Sebottendorf e partecipò alla presa di Voltri.

Il 12 mattina, quando fu chiaro che Bonaparte lo aveva giocato, il generale Beaulieu comandò alle due divisioni Sebottendorf e Pittoni di riguadagnare in fretta e furia il territorio piemontese per attestarsi tra Acqui ed Alessandria onde fermare l’eventuale avanzata dei francesi verso la Lombardia.

Le uniche truppe che Beaulieu mandò in aiuto alla colonna d’Argenteau furono tre battaglioni (uno dell’IR n. 19 Barone Alvinczy uno dell’IR n. 39 Barone Nadasdy entrambi Ungheresi ed uno dell’IR 60 Liccaner - Croato) che mise al comando di Vukassovic con destinazione Sassello.

Da Voltri a Sassello la via più breve passa per il Monte Beigua (allora detto Fajale). Si tratta di percorrere mulattiere (ancora oggi vengono consigliate ad escursionisti esperti trattandosi di anelli integrati nell’Alta Via dei Monti Liguri) ripide che dal livello del mare raggiungono un altitudine di 1200 metri.

Complessivamente 20 chilometri faticosissimi che gli uomini di Vukassovic coprirono in meno di una ventina di ore marciando anche di notte.

Vukassovic giunse a Sassello il pomeriggio del 13 aprile e qui si fermò per far riposare i suoi soldati stremati dalla marcia di avvicinamento.

Sassello era guardata dai battaglioni della brigata Liptay (senza il suo generale che versava malato ad Acqui) ovvero il secondo battaglione dell’IR 60 Liccaner al comando del tenente colonnello Leczeny, un battaglione dell’IR n. 24 Barone Preiss, un battaglione dell’IR n. 23 Granduca di Toscana entrambi Tedeschi, ed un battaglione dell’IR n. 25 Conte Brechainville -  Boemo.

Le cronache non chiariscono il perché questi due ultimi reparti non si riunirono alle colonna Vukassovic: di loro non si fa più menzione. Probabilmente gli ordini di Beaulieu prescrivevano di fare a meno di una parte delle truppe rimandandole verso Acqui per rafforzare questa importante posizione.

Ordini da Pareto.

Alle 6.00 a.m. del 14 aprile Vukassovic ricevette la lettera di d’Argenteau che richiedeva il suo intervento verso Pontinvrea e Dego per l’indomani mattina.

Verosimilmente il colonnello croato interpretò la data dell’azione per il giorno successivo (15 aprile) come la logica avrebbe testimoniato. Tuttavia anche se la lettura fosse stata corretta, Vukassovic date le condizioni dei suoi uomini, non sarebbe potuto essere sul posto prima delle ore 14.00 quando ormai gli esiti della battaglia di Dego erano già compromessi.

Gli imperiali, 5 battaglioni per circa 4000 uomini, si mossero con molta calma intorno al mezzogiorno e non diressero verso il Passo del Giovo (che era presidiato da osservatori francesi) ma percorsero la mulattiera dei Piani d’Erro, lungo il torrente omonimo tra il guado dell’odierno Lago dei Gulli e Pian Bottello (Pontinvrea).

Presso questa località e precisamente sulla dorsale che divide la valle dell’Erro a quella del Valla, nascosti nei boschi del Bric Schiena d’Asino, attesero l’alba del 15 aprile.

Contrattacco Austriaco.

Narrano le cronache che Vukassovic avesse già chiara la situazione di Dego perchè appresa dalle voci di alcuni sbandati piemontesi e francesi. Tuttavia prese la decisione di portare a compimento gli ordini ricevuti forse contando sul successivo arrivo dell’armata imperiale.

Divise gli uomini in due colonne:

una, composta dai due reparti confinari al comando di Leczeny , si diresse a Nord per controllare Mioglia (distante un paio di chilometri) e poi ad Ovest lungo il torrente Valla guadandolo e risalendone il versante verso Dego al Bricco della Vardia vicinissimo a Bric Sodan.
L’altra composta dai tre battaglioni restanti, rallentata dalla colonna dei muli (almeno una sessantina di bestie cariche di viveri e munizioni) scese su Giusvalla (ad un chilometro di distanza) per proseguire sino ai Girini da dove avrebbe appoggiato l’assalto della colonna Leczeny.
?  La cronaca cita la presenza anche di una compagnia di fucilieri piemontesi del reggimento La Marina guidata dal capitano Rovasenda, reduce da Dego. Questo particolare, esaltato dal Pinelli, è verosimile, ma purtroppo non trova riscontri sicuri.
La prima colonna raggiunse la posizione d’attacco rastrellando tutti i soldati francesi sbandati incontrati sul cammino (ricordiamo che erano truppe che avevano fama di non prendere prigionieri vivi).

La seconda colonna a Giusvalla (distante solo 4 chilometri da Dego) catturò molti nemici che dormivano ubriachi dentro e fuori la chiesa parrocchiale di S.Matteo.

Vukassovic, alle ore 7 del mattino, attaccò con tale impeto che in sole tre ore era il nuovo padrone del caposaldo.

Molti francesi, sorpresi ovunque nel sonno, furono massacrati. In moltissimi si diedero alla fuga lungo i pendii che il giorno innanzi avevano scalato all’assalto.

Un fatto curioso fu che l’aiutante generale La Salcette , con un centinaio dei suoi, si ritrovò asserragliato dentro al castello, proprio come gli austriaci il giorno precedente. A differenza di questi ultimi La Salcette potè sfuggire alla cattura allontanandosi dalla rampa che conduceva verso il fondovalle.

La rotta dei reparti francesi fu arginata  nella piana di Rocchetta  grazie alla barriera dei battaglioni di Laharpe giunti rapidamente da Cairo.

Lo stesso Massena, oggetto di molte critiche perché aveva abbandonato il suo posto di comando, si mise subito a riorganizzare i reparti, ma ciò che restava della sua divisione fu di nuovo in grado di combattere solo verso il mezzogiorno.



Secondo assalto francese a Dego.

Bonaparte, il 15 mattina, dal quartier generale di Carcare si diresse a Rocchetta maledicendo la sorte. Temeva infatti che il contrattacco di Vulassovic precedesse l’avanzata di tutto l’esercito Austriaco.

Quando fu chiaro che la riconquista di Dego era un’azione isolata di poche migliaia di uomini caparbi si tranquillizzò e dispose un nuovo assalto simile a quello del giorno precedente. Tuttavia per essere più tranquillo richiamò di rinforzo la 69^ mezza brigata facente parte della divisione Augereau che si era spinta sulle alture di Santa Giulia  e la 51^ mezza brigata provvisoria reduce da Cosseria. Chiese inoltre alla 8^ mezza brigata leggera comandata da Menard di scendere dalle alture di Carretto per portarsi a Rocchetta e costituire una riserva.

L’attacco iniziò dopo mezzogiorno e si sviluppò su entrambi i fianchi del dispositivo difensivo.

Le truppe della divisione Laharpe, portatesi sulla sinistra della Bormida, lo riguardarono a Pra Marenco e, divise in tre colonne, attaccarono la linea Ridotta Magliani – Bric Rosso, attraverso la borgata di Piano.

La tenacia degli imperiali fu straordinaria: non solo resistettero all’assalto francese (cadde colpito a morte l’aiutante generale Causse) ma 500 fanti al comando di Leczeny contrattaccarono alla baionetta i francesi tra le case di Piano e li costrinsero ad arretrare.

Anche sul fianco sinistro le truppe di Massena non ebbero la meglio: ripresi il Castello e Costa i francesi furono inchiodati dal fuoco dei difensori a 200 passi dalla ridotta Magliani.

Inutile fu il tentativo d’aggiramento a Bric Sodan. Vukasovic, cui non era sfuggita l’importanza strategica della posizione, ne aveva disposto un forte presidio.

Alle 4 del pomeriggio fu l’8^ leggera a sbloccare la situazione. Infatti, questa unità, scesa da Costalupara nella valletta del Rio Grillero, la risalì aggirando le due ridotte di Poggio e Sella e tagliò la linea difensiva principale esattamente tra Magliani e il Groppo.

Vukassovic comprese immediatamente che il delicato equilibrio del suo dispositivo difensivo stava collassando. Comandò allora la ritirata, che fu eseguita lungo la via di fuga a Nord ordinatamente a scaglioni, consentendo di guadagnare a quasi tutti i reparti la via di Langa verso Pareto. (Le cronache riportano che riuscì perfino a portarsi dietro alcune centinaia di prigionieri e una batteria di cannoni).

Epilogo.

Gli austriaci persero la seconda (dopo Montenotte) occasione per battere Bonaparte. Se l’esito dei due giorni di Dego fosse stato diverso, forse lo sarebbero state anche le sorti dell’Europa e oggi potremmo riscrivere la storia degli ultimi 200 anni.

D’Argetenteau, il maggior responsabile della disfatta, fu deferito al giudizio del Consiglio Aulico di Guerra. Sappiamo che fu sospeso temporaneamente da incarichi di comando. Tuttavia lo ritroveremo, nel 1805, durante la seconda battaglia di Caldiero, a 62 anni, come comandante della divisione di riserva.

Finì la sua carriera governatore militare della piazzaforte di Brunn (l’odierna Brno) ove morì nel 1819.

Vukassovic, per l’azione di Dego guadagnò la promozione a generale brigadiere. Sappiamo che combatté i francesi in Italia nel 1797, 1798, 1799, 1800. Promosso generale di divisione, morì eroicamente nel 1809 a seguito delle ferite ricevute sul campo di battaglia di Wagram. Aveva 54 anni.

Dego non conservò un buon ricordo dei suoi liberatori: in molte occasioni furono danneggiati gli alberi della libertà  simbolo della rivoluzione oppure scoppiò la rivolta  in armi contro gli occupanti.

La rappresaglia francese più pesante fu quella del 19 maggio 1799 quando i rivoluzionari uccisero nel borgo ”oltre duecento cittadini rivoltosi” e diedero fuoco a 10 case.

BIBLIOGRAFIA



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Manfredi L. Barberis A. Napoleone – La prima campagna d’Italia da Nizza a Cherasco - 2007

Schemi e Postazioni
Battaglia di Dego 1
Battaglia di Dego 2
Battaglia di Dego 3
Battaglia di Dego 4
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