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Ideato dal 1881.
Scopo : bloccare l’ eventuale sbarco ed avanzata dell’ esercito francese.
Composizione: La Tagliata - Forte Tecci - Forte Cascinotto- Forte Baraccone - Forte Burot
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LA TAGLIATA
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FORTE BUROT
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FORTE CASCINOTTO
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NUOVO DOCUMENTO
CENNI
SULL’OSSERVATORIO METEORICO – SISMICO
DELLA
FORTEZZA DI ALTARE
RELAZIONE DEL T. COLONNELLO A. E. GALLET
DIRETTORE DELL’OSSERVATORIO
Cenni sull’Osservatorio meteorico – sismico della Fortezza di Altare, e sulle prime osservazioni meteorologiche e climatologiche fatte in quella regione dell’Appennino Ligure.
La catena dei monti Appenninici che divide la penisola nostra in due versanti, incomincia ove finiscono le Alpi occidentali, ossia al colle di Cadibona in Liguria, secondo alcuni geografi, od al Colle della Bochetta di Altare, secondo altri.
Però non vi dovrebbe essere dubbio alcuno su tal riguardo, perché il Colle di Cadibona si trova sopra una delle propaggini che si dipartono precisamente dal Colle della Bochetta d’Altare, ove la cresta morente delle Alpi si incontra visibilmente con quella nascente dell’Appennino, formando in quel luogo la massima depressione montuosa (136 m.) fra il Mediterraneo ed il Monferrato.
All’infuori di questa depressione, che è marcatissima fra monte Alto a Sud (955 m.) e monte Castlas su Montenotte a Nord (851 m.), nulla fa scorgere che in quel luogo si incontrino due sistemi orografici diversi; giacchè tutto ciò che lo sguardo può percepire all’intorno è in perfetta armonia come formazione geoplastica. Infatti, dovunque le cime sono tondeggianti, gli altipiani pochi e ristretti, i colli frequenti e facili, le vallate strette e profonde con falde scoscese, ed il tutto coperto d’una splendida vegetazione quasi tutta arborea.
L’importanza di quella depressione fra le Alpi e l’Appennino non poteva sfuggire a nessuno di quei popoli antichi, che transitavano dal mar Ligustico alle sponde del Po; difatti i Romani vi fecero passare una via, che dall’antica Sabatia faceva capo alla già rinomata stazione termale di Aqux Statiella, e che, nei tempi di mezzo, i feudatari del Monferrato e del savonese ridussero poi a mulattiera, rivestendola nel tratto che attraversava l’Appennino, con buon selciato che esiste ancora fra la Bochetta ed Altare.
Subito dopo la battaglia di Montenotte, il 12 – 13 aprile 1796, Buonaparte, che ben conosceva l’importanza di quella strada, la fece ridurre da mulattiera a carreggiabile allargandola; e finalmente quarant’anni fa, il Governo Subalpino completava l’opera rettificandola, traforando l’Appennino vicino alla Bochetta, alla quota (435,47), e creandola strada provinciale da Acqui a Savona.
Più vicino ancora a noi, fu traforato un’altra volta l’Appennino alla quota (309,20), ed a circa un chilometro e mezzo a Nord della Bochetta di Altare, per dar passo ad una via ferrata che ora unisce Savona e la ferrovia del litorale Ligure con Torino, per S. Giuseppe, Acqui ed Alessandria, e per S. Giuseppe e Bra.
Definita in tal modo l’importanza di quelle comunicazioni di prim’ordine fra La Riviera Ligure e l’alta valle Po, il Governo attuale provvide alla loro difesa, rendendole inespugnabili, con una successione di potenti batterie, di tagliate e di forti di sbarramento, che dal mare salgono gradatamente per diversi contrafforti a far corona all’Appennino.
Ma in quei luoghi storici, tanto rinomati, ove la speculativa civile e militare moderna veniva ancora a far così colossali sforzi per aprire il passo a nuovi commerci e per garantire l’integrità della patria, mancava la speculativa scientifica naturale, cioè, quella destinata ad aprire nuovi orizzonti agli studiosi dei fenomeni prodotti dai movimenti dell’atmosfera e da quelli del suolo.
Una tale lacuna non poteva sfuggire al R. P. Denza, nostro illustre Direttore Generale, quando venne in questa regione durante il famoso terremoto del 1887, onde studiarne i vari fenomeni che durarono quasi un mese; e ben presto il suo apostolato meteorologico potè contare una nuova vittoria ottenendo l’impianto, in uno dei forti dello sbarramento di Altare, d’un bellissimo Osservatorio Meteorologico – sismico, auspice il sig. Tenente Generale conte Giuseppe De Sennaz Comandante del IV Corpo d’Armata, e munifici benefattori il Ministro della Guerra, il comm. Bertolotti parroco di Altare, ed altri minori oblatori.
Benchè non ancora inaugurato ufficialmente l’Osservatorio della Fortezza di Altare, tuttavia funziona regolarmente dal 1° aprile 1889. Esso è situato al 1° piano del Forte Tecci, a 478,678 m. sopra il livello del mare, fra il 44°20’ di latitudine Nord ed il 4°6’ di longitudine West Roma. È munito di un barometro Fortin; un psicrometro a ventilatore con termometri in decimi; un termografo a minima e massima; un pluviometro; un anemografo Denza; un nefoscopio; un evaporimetro; un barografo scrivente; un termografo idem; un igrografo idem; un sismografo – Cecchi; un telegrafo ottico elioscopico – Gallet; un telegrafo elettrico con pile modello Genio Militare; un apparecchio telefonico a calamite permanenti circolari per stazione centrale, con commutatore per telegrafo elettrico dello stesso modello; una carta geologica Issel – Mazzuoli e Zaccagna; un orologio solare universale mobile Gallet.
La regione, in mezzo a cui è situato l’Osservatorio, e sulla quale si estendono le sue osservazioni, è attraversata da SW a NE, per una lunghezza di circa 25 Km., dalla cresta dell’ultima propaggine delle Alpi occidentali, che si diparte dal monte Settepani (1891 m.) per scendere da monte Alto sino alla Bochetta di Altare, ove incomincia la cresta dell’Appennino Ligure, che per Ca Bianca, le Chiappe d’Altare, Palazzo Cappa, sale rapidamente a Pian del Melo sino a monte Castlas sopra il Colle di Montenotte, per dirigersi piegando a Est ed in forma d’arco attorno al golfo di Genova, formando in tal modo due versanti, uno orientale e l’altro occidentale.
Nel versante orientale scendono scoscese sino al mare le propaggini, che formano a Nord dell’Osservatorio le vallate del Sansobbio e del Letimbro, ad Est quelle del vallone delle Ferriere e del rio di Cadibona, a SE quelle del Quiliano e del Segno, e nel versante occidentale quelle meno scoscese, che formano le vallate del Biterno a Sud, quelle della Bormida di Mallare a Sud e SW, e quelle di Ferrania a NE.
Dalla spiaggia del mare, fra Bergeggi ed Albisola, tutto il terreno che comprende le suddette vallate è classificato geologicamente come terreno permiano, ossia del sesto gruppo dei terreni secondari, o più semplicemente come terreno calcareo – magnesiaco.
La roccia che domina questa formazione e che ne costituisce l’ossatura, è l’appenninite, formata di quarziti con grafite, scisti taleosi e clorotici – nodulosi.
La terra che ricopre in maggior parte quella roccia è quarzosa, calcare, magnesiaca, con poco humus vegetale, epperò leggerissima e di una straordinaria permeabilità.
La vegetazione della parte montuosa è quasi tutta arborea, e si compone per 4/5 di grossi e innumerevoli castagni fruttiferi, da folti castagneti dall’esuberante fogliame, di splendidi faggi e di estesi faggeti, in cui spiccano rarissime macchiette di piante aciculari. Sulle cime tondeggianti, sui ristretti altipiani e sui colli, grandi prati erbosi chiazzati da cespugli si estendono verdeggianti e rpofumati sul terreno ondulato, prolungandosi poi, ma più magri e mescolati al muschio, sotto alle infinite cupole ombrose sostenute dai rugosi castagni e dai lucenti fusti dei faggi argentati. L’altro quinto compresa la pianura, che è insignificante come superficie, è coltivato a frumento, biada, segala, molte patate, moltissimi fagiuoli, fieno discreto, pochissima ortaglia e rarissime piante fruttifere.
La vegetazione delle sponde dei torrenti, quella intorno alle sorgenti e ne’ luoghi umidi, è tutta di felci di ogni qualità, ciò che costituisce una vera risorsa pel contadino, che trova nelle piante giovani e delicate un alimento per se e pel suo bestiame; mentre le foglie disseccate, come pure quelle del castagno e del faggio, servono alla lettiera del medesimo, alla concimatura delle terre, ed alla imballatura delle merci fragili. La vegetazione dei burroni, dei luoghi incolti e dei cespugli, che in tanti siti invadono i prati montani, è composta di pianticelle di ginepro, di arrifoglio, di salvia, di mirto e mortella, di rose selvatiche, di ginestro e di cespugli, a cui si mescolano molte erbe odorose.
Un’eccezione però convien fare in questa descrizione per il basso delle valli del versante orientale che sboccano sulla spiaggia, giacchè in esse si coltivano i vigneti, gli ulivi, gli agrumi, ed in generale tutti i frutti e tutte le ortaglie del Nord e del mezzogiorno.
L’idrografia di questo tratto di Appennino è semplicissima. Le acque del versante orientale sono raccolte dai torrenti letimbro, Quiliano e Segno, che le emettono direttamente al mare; quelle del versante occidentale sono raccolte dalla Bormida, che pel Tanaro le conduce al Po. Questi torrenti sono formati dalle numerose sorgenti naturali, tutte perenni, che scaturiscono a varie altezze sino quasi alla cresta dell’Appennino. Queste sorgenti sono alimentate dalle frequenti ed abbondanti piogge che cadono in questa regione, e che dopo aver attraversato quei terreni permeabilissimi, si raccolgono negli avvallamenti del sottosuolo, per quindi smaltirsi poco a poco per filtrazioni; ciò che spiega perché i suddetti torrenti non difettano mai d’acqua anche durante le più lunghe siccità.
Però malgrado la loro limpidità e relativa abbondanza quelle acque sono poverissime di pesci, il che è dovuto alle numerose prese e derivazioni che se ne fanno per gli usi industriali ed agricoli.
Le idrometeore principali di questa regione sono la pioggia e la nebbia; quindi viene la neve, raramente la brina o più raramente ancora la grandine. La pioggia cade in primavera ed in autunno durante 250 a 300 ore, raggiungendo l’altezza media di 800 mm., mentre nell’inverno e nell’estate essa raggiunge appena l’altezza di 120 a 130 mm. Con una durata di 110 a 120 ore. Malgrado però questa grande differenza i torrenti non mancano mai d’acqua durante l’estate, ciò che dimostra l’importanza dei depositi d’acqua nei bacini superiori.
L’idrometeora che influisce maggiormente sulla climatologia della regione è la nebbia, la quale precede e segue generalmente la pioggia anche se questa è di pochissima durata.
Essa è qualche volta così intensa, che di giorno si vede appena e di notte assolutamente niente; la sua influenza si fa sentire principalmente in primavera e qualche volta in estate nel mese di giugno, cioè al principio dei calori estivi. Il suo apparire è sempre nella direzione di Est o ESE, ed a seconda della velocità del vento essa sale rapidamente per le valli, vallette e burroni, prendendo d’assalto le alture ove si stabilisce per giorni interi, tenendo sotto quel cappello, come dicono in paese, tutto ciò che vive e vegeta, in uno stato di evidente malessere. L’arrivo di codesta idrometeora è pronosticato da infinite gocce di vapore vescicolare, che si manifestano sulle pareti dei muri, sul pavimento delle strade, negli atrii, nelle scale delle case, su tutte le superfici levigate più fredde dell’atmosfera riscaldata dallo scirocco, creando così nelle abitazioni dei fomiti di umidità che i calori estivi non arrivano a scacciare completamente, ciò che poi influisce grandemente sulla salute pubblica. Anche la vegetazione soffre molto da queste nebbie marine, sature di cloruro di sodio, che irruginiscono i cereali e fanno appassire le foglie delle piante leguminose e principalmente i fiori, sopra i quali agiscono come mordente; ed è tal fenomeno che spiega perché il versante occidentale è così poco coltivato e quasi tutto abbandonato al castagno, le cui foglie sono resistenti ed il frutto ben protetto dal suo cardo – riccio.
La neve, altra idrometeora di questa regione, cade generalmente durante i mesi dell’inverno meteorologico, ossia in dicembre, gennaio e febbraio, e qualche volta anche in abbondanza; raramente, e sempre in piccola quantità, in marzo. Questo fenomeno meteorico si compie quasi sempre sotto l’influenza del NW moderato e colla temperatura minima di – 1,5° e massima di 1,5°, e dura al più dalle 20 alle 24 ore; dopo la caduta sopraggiunge il vento di Est e di ESE, la temperatura si cambia e la neve si scioglie rapidamente. Le nevicate che avvengono in queste condizioni raggiungono talvolta l’altezza di 1,50 ed anche 2 m., come nell’inverno 1888-89 e 1889-90; ma questi casi sono eccezionali e si può ritenere che le nevicate normali sembrano fissate in media fra 0,40 e 0,60 m. d’altezza.
Però quando la neve raggiunge questa media alla massima depressione dell’Appennino, cioè alla Bochetta di Altare (136,50), bisogna ritenere che essa raggiungerà sulle alture più elevate della cresta, l’altezza di 0,80 m. sopra Montenotte (851), e 1,50 sopra monte Alto (955); e quest’altezza va sempre diminuendo nelle vallate orientali che ne sono quasi sempre immuni a partire dal Colle di Cadibona (333,20), sino al livello del mare. Ma quando le nevicate assumono un aspetto grave si è allorchè arrivano in burrasca; giacchè in allor il fenomeno appenninico si avvicina a quello alpino, e dà lo spettacolo di una vera tormenta, che nulla può invidiare a quella dei passi alpini di doppia ed anche tripla altitudine. Esse arrivano quasi sempre nella direzione di WNW e colla velocità di 60 a 70 e più Km. All’ora; la neve in allora viene proiettata quasi orizzontalmente contro l’Appennino, che essendo orientato da NE a SW, gli serve di sbarramento, ed in poche ore essa è ammonticchiata dal vento nelle vallate e nelle località che gli sono aperte, sino a 2 o 3 ed anche 5 m. di altezza. Queste burrasche, che durano talvolta due giorni, sono imponenti; il vento passa urlando e fischiando attraverso i tronchi ed i rami denudati dei castagni che coprono quasi interamente il versante occidentale, trasportando veri nuvoloni di neve polverizzata da una falda all’altra, denudando le piante più alte, per seppellire le più basse sotto un bianco ed ampio lenzuolo.
Dopo caduto il vento, il tempo si ristabilisce subito; allora, l’Appennino presenta durante due o tre giorni uno strano spettacolo di trasformazione, che gli fa perdere completamente il suo carattere primitivo. Tutte le sue forme si presentano esagerate come nei piani in rilievo, in cui la scala delle altezze è raddoppiata; i tronchi dei castagni sono sepolti, le vie ed i sentieri scomparsi, gli avvallamenti colmati; e per guidar la vista non restano più che i solchi dei torrenti che sembrano più profondi, e le creste che per contro sembrano più elevate. Il solo però non tarda a fare la sua apparizione, ed i suoi raggi, sempre caldi in questa regione, determinano rapidamente lo scioglimento di quella enorme massa di neve che il terreno assorbisce colla sua straordinaria permeabilità, senza che si manifesti la più piccola inondazione; poi tutto ritorna di nuovo…. Alla scala naturale!
Il freddo durante il periodo invernale, non si prolunga mai con intensità per più giorni di seguito, e difficilmente oltrepassa 5° sotto lo zero; mentre il freddo relativo, ossia da 0° sino a 10° sopra lo zero, può durare tutto l’inverno producendo peraltro frequenti alternative di caldo e di freddo.
In quest’anno però (1890 – 91) il fenomeno invernale, che si sta osservando minutamente, sembra voler uscire dalle tradizioni raccolte e dalle osservazioni fatte; giacchè si presenta in modo affatto diverso, cioè con una temperatura costantemente fredda e con differenze nella pressione barometrica grandissime e frequenti. Intanto il freddo si mantiene sempre fra 0° e 8,5°, ed il vento fortissimo segue sempre la stessa direzione di West. Nei momenti di sosta e quando il vento volta a NW, la temperatura si avvicina a 0° , ed allora cade una nevicata che dura qualche ora appena; subito dopo però il vento ritorna forte e riprende la solita sua direzione di West, cacciando le nubi verso il mare e riconducendo il sole. Già otto volte dal 1° dicembre si è ripetuto lo stesso fenomeno, durante il quale la neve caduta raggiunge appena l’altezza totale di 170 mm. Questo vento arriva direttamente ed in poche ore dal monte Viso, che si vede sempre luccicante di neve all’orizzonte, cioè alla distanza da poco più di 110 Km., in linea retta: ciò che spiega perché sia sempre apportatore di freddo.
Il caldo non raggiunge mai in questa regione i 30°; esso si mantiene invariabilmente durante l’estate fra le temperature estreme di 11° e 30°; ma la vera temperatura estiva normale della regione è quella compresa fra 20° e 28°, rappresentata per l’estate 1890 con una durata di 74 giorni, mentre 18 giorni soltanto ebbero da 11° a 20°, e cioè in principio di giugno e nella fine agosto. Così, i giorni di caldo eccessivo, o, come si dice, soffocante, sono rarissimi; e ciò anche in causa dei venti che dominano sempre nella regione.
Nell’estate e nell’autunno scorso, cioè durante 183 giorni, l’anemografo Denza non si fermò mai, giacchè non vi fu un solo giorno di calma; e si ebbero a registrare 97 giorni di vento debole, 45 di vento moderato e 41 di vento forte. Nell’estate e nell’autunno del 1889 furono bensì registrati 36 giorni di calma, 83 di vento debole, 40 di vento moderato e 24 di vento forte, ma la temperatura durante i 183 giorni di estate non oltrepassò mai 25,4°. Epperciò le registrazioni dell’anemografo Denza sono interessantissime in questa regione, in cui l’atmosfera è talmente mossa dai venti di terra e di mare, che i contadini, i quali hanno l’abitudine di predire il tempo osservando la direzione e la velocità del vento, qualificarono di eccezionalmente bello l’anno 1890 in causa del vento che non cessò mai. Difatti, dall’annesso riassunto si scorge che in tutto l’anno vi furono soli 10 giorni senza vento, contro 355 di venti diversi. È poi degno di nota, che l’anno meteorologico corrente è anche eccezionale riguardo alla direzione del vento; giacchè dal 1° settembre 1890 a tutto gennaio 1891 questa fu sempre di West, mentre i venti autunnali ed invernali si erano innanzi sempre mantenuti fra NW e ESE.
A parte quest’osservazione, che si può dire speciale all’anno corrente, i venti inferiori che dominano nella regione sono: per la primavera NW, ESE; per l’estate Est, ESE; per l’autunno NW, W, SE; e per l’inverno NW; e la loro velocità dominante è la moderata, ossia da 5 a 15 Km. All’ora, per una durata media di 150 giorni fra le quattro stagioni dell’anno. I venti superiori sono fortissimi in primavera ed in autunno; essi perdurano in questo stato principalmente durante la nebbia, che schiacciano sulle alture medie e nelle vallate per giorni e settimane. Ho potuto più volte osservare dall’alto quel fenomeno purtroppo assai comune in questa regione, e che fa vedere le creste dell’Appennino come tanti isolotti emergenti dalla nebbia, la quale incomincia dal mare, e ne sembra la continuazione sui due versanti dell'’Appennino.
Le meteore elettriche sono rarissime e di poca durata; esse si manifestano a Sud dell’Osservatorio, si sviluppano a SW per sciogliersi a NW. I lampi che più si osservano sono quelli piatti, che forse alla loro origine sono a zig zag; cosa che non si può verificare, perché il punto di osservazione è troppo sotto ai monti, epperciò questi ultimi non si vedono che allorquando il temporale è propriamente sopra la località, cosa rarissima: ad ogni modo i lampi sono lucentissimi, frequenti, ed i tuoni che seguono, numerosi e prolungati. Pochi sono i lampi di calore nelle sere d’estate, poca la grandine, che è sempre o quasi sempre mista ad acqua nel basso, ma però secca ed abbondante sulle cime di monte Burot e di monte Alto.
Le meteore luminose si osservano pure benissimo in questa regione, in causa della frequenza delle notti serene e della limpidità dell’atmosfera. Le osservazioni dei due periodi di agosto e novembre 1890 furono già pubblicate nel Bollettino.
Il riassunto per stagioni che trovasi in fine di questo cenno, rispecchia esattamente la climatologia di questa regione, e se ne possono seguire tutte le varianti; ma per meglio far rilevare lo squilibrio della pressione, e le differenze metereologiche che si sono manifestate nelle stagioni estive 1889 e del 1890, si è fatto il seguente parallelo.
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Estate 92 giorni
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Estate 92 giorni
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1889
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1890
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Date del 1889
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Date del 1890
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Barometro mm.
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Massima
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728.15
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722.02
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1° agosto
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4 giugno
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Barometro mm.
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Minima
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714.17
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707.20
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27 luglio
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25 agosto
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Termometro C.
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Minima
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12.2
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11.0
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10 giugno
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26 agosto
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Termometro C.
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Massima
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25.4
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28.6
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7 giugno
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2 agosto
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N. dei giorni
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Sereni
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2
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20
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Periodo di massima in luglio
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Periodo di massima in luglio
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N. dei giorni
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Quasi sereni
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19
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25
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Id. in agosto
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Id. in giugno
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N. dei giorni
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Nuvolosi
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48
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34
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Id. in luglio
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Id. in luglio
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N. dei giorni
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Piovosi o nebbiosi
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23
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13
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Id. in giugno
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Id. in agosto
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N. giorni con temperatura
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Da 0° a + 10°
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1
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-
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Id. in agosto
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Id. in agosto
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N. giorni con temperatura
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Da +10° a +20°
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19
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18
|
Id. in giugno
|
Id. in giugno
|
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N. giorni con temperatura
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Da +20° a +28°
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72
|
74
|
Id. in agosto
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Id. in agosto
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N. giorni vento inferiore
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Calmo: da 0 a 5 Km
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22
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-
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Id. in giugno
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Id. in agosto
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N. giorni vento inferiore
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Debole: da 5 a 15 Km
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60
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63
|
Id. in luglio
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Id. in agosto
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N. giorni vento inferiore
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Moderato: da 15 a 25 Km
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9
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18
|
Id. in luglio
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Id. in giugno
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N. giorni vento inferiore
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Forte: da 25 a 40 Km
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1
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11
|
Id. in luglio
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Id. in luglio
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N. giorni vento inferiore
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Fortissimo: da 40 a 60 Km
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-
|
-
|
-
|
-
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N. giorni vento inferiore
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Uragano: da 100 a più Km
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-
|
-
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-
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-
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Acqua caduta
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Altezza mm.
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114.0
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67.8
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Periodo di massima giugno
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Periodo massimo luglio
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Acqua caduta
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Durata ore
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56
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47
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Periodo di massima in giugno
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Periodo massimo luglio
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Vento dominante
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E-ESE
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Durante l’estate vi sono, principalmente in luglio e agosto, epoca in cui il vento è quasi sempre moderato, delle giornate splendide in questo Appennino; ed a chi ne percorre la cresta, scendendo da monte Alto verso monte Burot, sembra camminare fra due mari; di cui uno, tutto azzurro, si confonde quieto e tranquillo col cielo sereno fino all’infinito, mentre l’altro, tutto verde, pare agitato da enormi ondate che vanno a morire al piede delle Alpi, che biancheggiano sul lontano orizzonte, e sulle quali domina e risplende l’acuminato monte Viso. L’illusione è poi sempre completa, allorquando il vento soffia attraverso gli innumerevoli castagni, agitandone con dolce e cullante rumore le levigate foglie, sulle quali guizza luccicando la luce del sole, come la spuma sulle onde del mare.
Dall’insieme di tutte le suddette osservazioni risulta, che questa regione può comprendersi fra le migliori, come climatologia, dell’Appennino settentrionale; giacchè all’infuori delle passeggere idrometeore descritte, non si riscontrano che raramente dei periodi lunghi di cattivo tempo. Ed è cosa da notare, che in quest’inverno così rigido in tutta Europa, il termometro non è ancora disceso oltre a 8,6° sotto lozero; la neve caduta in molte volte non ha ancora oltrepassato i 170 mm. Di altezza; ed ogni nevicata è sempre stata sopportatrice di due o tre giornate splendidamente serene e fredde.
Si dovrebbe concludere con questo che la salute pubblica dovesse corrispondere ad una tale climatologia, ma così non è. Questo si può scorgere dalle seguenti linee e dalle annotazioni che ho potuto aggiungere al Riepilogo riassuntivo delle stagioni, in grazia alla cortesia dell’ottimo dott. Giuseppe Restagno, medico chirurgo condotto del Comune di Altare e del Presidio Militare, il quale ossequioso alle nobili tradizioni dell’Ateneo Torinese di cui fu uno dei più distinti allievi, esercita qui la sua nobile professione come un vero sacerdozio e con singolare abnegazione ed intelligenza.
Fra tutte le malattie segnate nel Riepilogo che pongo appresso, predominano in questa regione, ed in tutte le stagioni, quelle con sede nel tubo intestinale, le quali si attribuiscono:
1) Alla assoluta mancanza d’acqua veramente potabile, in causa dell’inquinamento dei pozzi bianchi situati vicino ai pozzi neri, e di tutte le sorgenti vicine al paese ed ai cascinali; le quali per essere situate al piede di monti coltivati od in luoghi coltivati, ricevono le filtrazioni dei concimi che passano rapidamente attraverso il suolo, il quale, come si è detto, è di estrema permeabilità
2) Alle emanazioni del fossato o ritano che attraversa il paese, vera cloaca massima a cielo aperto, che raccoglie tutte le deiezioni e le immondizie delle altre cloache, delle case, delle stalle e le conserva sotto l’occhio e le narici del pubblico, durante l’estate principalmente, sino a tanto che un acquazzone benefico abbia fatto una momentanea e salutare pulizia, veicolando il tutto sino ad un chilometro dal capoluogo, ossia nella Bormida.
3) Alla poca igiene osservata nelle abitazioni, all’umidità che vi si lascia penetrare nei momenti di pioggia, di nebbia e di scirocco, in causa dell’abitudine di lasciare sempre porte e finestre aperte: ciò che può essere ottimo col tempo buono, caldo e secco, ma non lo può essere in tempo umido; giacchè quelle abitazioni quasi tutte di antica costruzione son fatte con materiali poco scelti e di natura assorbente, che trattengono l’umidità che i calori estivi non possono cacciare che nelle parti delle abitazioni esposte interamente al sole, le quali sono poche per la cattiva orientazione del paese.
Tutte queste considerazioni, unite alla vita faticosa dei maestri vetrai, ai matrimoni tra consanguinei, che durano da secoli, spiegano come in una regione molto ventilata e temperata possano esistere in permanenza certe malattie, che non allignano che nei luoghi malsani. Ricordiamo, ad esempio, che nell’anno 1883 si ebbe un’epidemia di morbillo nei bambini con 154 casi e 20 decessi; nell’estate 1884 si ebbero parecchi casi di ileo-tifo nell’abitato e nei cascinali con 8 decessi; nella primavera e nell’estate 1887 si ebbe un’epidemia di vaiuolo nelle varie sue forme con 187 casi e 31 decessi; nell’inverno poi 1889-90 si manifestò anche la malattia dell’influenza con tre casi benigni nel presidio e 400 nell’abitato, sopra una popolazione di 2400 abitanti, il cui movimento fu nell’ultimo quniquennio come appare da questo specchio.
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Anni
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Morti
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Nati
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Matrimoni
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Annotazioni
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1886
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34
|
82
|
16
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-
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1887
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84
|
75
|
18
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Vaiuolo
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1888
|
51
|
81
|
18
|
-
|
|
1889
|
45
|
90
|
23
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-
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1890
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43
|
73
|
19
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-
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La tabella “Riepilogo per stagioni delle osservazioni meteorologiche ad Altare nel 1889-90” è il riassuntivo per stagioni dei principali elementi meteorologici raccolti all’Osservatorio di Altare nell’estate e nell’autunno del 1889 ed in tutto l’anno meteorologico 1890; aggiungendovi alcune notizie demografiche che mi vennero gentilmente comunicate dal dott. Giuseppe Restagno, Medico Chirurgo condotto in Altare.
Le industrie principali del paese sono quelle della fabbricazione delle cerchie da botte che si fanno con i rami lunghi e sottili dei castagneti; quella dei pali e paletti per chiusura degli orti, sostegno delle viti, ecc.; quella del raccolto e dell’essicazione del frutto dei castagni, quella vinicola nel versante orientale e nei siti rinomati di Cadibona, Quiliano e Roviasco e finalmente l’industria vetraria la quale conserva ancora qui la sua sede secolare ed alla quale conviene dedicare alcune linee per maggiore illustrazione della regione.
L’arte vetraria travolta, come tante altre, nell’immensa fiumana delle invasioni barbariche si era conservata però in Venezia, città rimasta incolume da quelle orde e da dove gli artisti vetrai la propagarono in seguito nell’Europa, scegliendo di preferenza i luoghi ove l’abbondanza del combustibile permetteva di esercitarla.
Narra una leggenda popolare di Altare, che prima dell’anno 1000 dell’Era nostra, una colonna franco-fiamminga d’artisti vetrai venne condotta in questa regione, in allora tutta coperta da immense e folte boscaglie, da un pio eremita che aveva giudicato il luogo propizio alla fabbricazione del vetro. Ciò può essere vero per un eremita, quanto per un intelligente speculatore, ma la data del fatto deve essere posteriore al 1000, cioè allorquando l’Europa rinfrancatasi dai terrori superstiziosi che avevano fatto credere al finimondo, fissato per quella data, cercò di risorgere a nuova vita col lavoro.
Il fatto sta che le famiglie di quei emigranti (che oggi esistono ancora quasi tutte ed hanno nomi bensì italianizzati ma in cui si ritrova l’origine suddetta) fondarono in Altare una colonia di lavoratori alla quale si aggregarono in seguito altre famiglie di artisti veneziani. Questa colonia divenuta potente si trasformò poi in Comunità, formando così una sola cosa coll’arte da cui era originata. Durante i tempi di mezzo, protetta da Statuti e Privilegi speciali, questa Cominità potè reggersi da sé e quindi organizzarsi in Università Vetraria da cui partivano tutte le maestranze che andavano e vanno ancora oggi, esercitare l’Arte nobla nelle varie parti d’Italia.
Ma tutti questi privilegi degenerarono, coll’andar del tempo, in un esclusivismo pericoloso e dopo lunghi e numerosi litigi, l’Università venne separata dal Comune eppoi soppressa perché non consona nei suoi ordinamenti col progresso dei tempi che già sin d’allora, si svolgeva verso l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti all’Autorità unica dello Stato. Questo fu fatto certamente in omaggio ai principi acquisiti al diritto moderno, ma fu pure il punto di partenza d’una decadenza per l’Arte Vetraria in Altare, la quale si prolungò per tutta la prima metà del morente secolo con pericolo di assoluta rovina.
Fu allora cioè nel 1857 che un egregio cittadino il dottore Giuseppe Cesio di Calice Ligure riuscì a riunire i membri sparsi dell’antica corporazione, in una associazione in partecipazione per la fabbricazione del vetro, la quale fu il primo esempio in Italia di una Società industriale in cui l’operaio è ad un tempo capitalista. In questa nuova trasformazione l’antica e rinata corporazione dei Vetrai diede ancora una prova della sua potenzialità che si era già luminosamente manifestata nel Medio Evo dando sin da quei tempi remoti il solo esempio di costituzione in Comune d’una corporazione privata.
Ciò malgrado La Società Cooperativa Vetraria di Altare, dopo un periodo assai fortunato ne ebbe ancora molti cattivi, cagionati dalle crisi commerciali, dalla mancanza d’un allacciamento alla Ferrovia Savona (sempre promesso e mai concesso) da qualche avanzo di antiche tradizioni che all’infuori dell’arte non dovrebbero più esistere, e dalla presenza, in passato, nei Consigli Sociali di persone influenti in paese ma non al corrente delle speculazioni commerciali e dei procedimenti progressivi dell’arte. Ora malgrado il periodo tremendo nel quale è precipitato il commercio Savonese, la Società Vetraria ricondotta alle buone discipline artistiche e commerciali dall’attuale suo Direttore Signor Enrico Bordoni, giovine intelligente e convinto che non ignora quanto peso gli gravita sugli omeri, riprende nuova vita; e se fosse concesso ad Altare quel piccolo tratto di ferrovia che gli occorre per il più economico smercio dei suoi rinomati prodotti, e che la ricchezza carbonifera del suo sottosuolo venisse gagliardamente coltivata, l’arte Vetraria che è anche largamente ed intelligentemente rappresentata qui dai Fratelli Signori Rachetti, potrebbe rivedere ancora in Altare i giorni del suo antico splendore.
Il Direttore dell’Osservatorio
T. Colonnello A. E. G
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